In Francia, il diario di viaggio di una donna.
Una donna che viaggia da sola, mentre c’è la guerra.
Simone De Beauvoir fa sosta in stazione, prende un treno, riparte, ancora un altro treno, una sala d’aspetto e una nuova banchina dove aspettare.

Estratti da L’Età Forte di Simone De Beauvoir

Contavo di essere a Crécy in un’ora, ma i treni vanno come vogliono. Sono arrivata solo alle sette. Sono arrivata solo alle sette a Esbly dopo aver lungamente fantasticato affianco allo sportello: mi sento fuori dal mondo, e penso senza orrore di potermi annientare totalmente. Pure, mi ricordo chiaramente cos’era la felicità. A Esbly mi hanno detto che bisognava aspettare un’ora, mi hanno già scacciata da due caffè, e sto scrivendo questo nel terzo. Mi piace questa sosta, questa notte, e il rumore dei treni. Non è una sosta, è questa la realtà vera: essere senza casa, senza amici, senza scopo, senza orizzonte, un minuscolo dolore in mezzo a una notte tragica.
[…]
Saverne, ore nove, stazione immensa, nera e formicolante. C’è soltanto un buffet-sala d’aspetto dove non è permesso bere. Esco, e un aviatore mi si mette dietro; traversiamo una piazza tutta buia, e lui bussa al portone di un albergo, parlamenta con la padrona che sembra conoscere bene e che ci lascia entrare; in una triste sala da pranzo bevo una limonata davanti all’aviatore che fa lo scemo con la cameriera. Ma ci cacciano quasi subito. Il direttissimo non parte che a mezzanotte, e mi sento un po’ oppressa. La sala d’aspetto puzza di guerra; alcuni tavoli spinti gli uni contro gli altri sono coperti di miseri bagagli: materassi, coperte, fagotti da evacuatori; questi si ammucchiano sulle sedie, in mezzo a un fumo spesso, nel calore malsano di un radiatore a ossido di carbone. Resto in piedi, a leggere; poi esco. Nel passaggio sotterraneo sono ammassati degli zaini, e su di essi sono seduti dei soldati che mangiano; altri si riposano sui gradini della scalinata; la banchina è talmente affollata di soldati che non si riesce a fare un passo. Rimango in piedi, come uno stilista, e talmente assorta nei miei pensieri che l’ultima ora d’attesa trascorre senza che io me ne accorga. In quanto <<introvabile>>, come direbbe Sartre, questa guerra è dappertutto; questa banchina è la guerra.