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Giovedì 24 settembre debutta a Torino, all’interno dell‘ISAO Festival, “This is not what it is” la nuova produzione della compagnia Meridiano Zero.

THIS IS NOT WATH IT IS

produzione Meridiano Zero

di e con
Marco Sanna
Francesca Ventriglia

Luci e Suoni
Massimo Casada

Ultimo capitolo per B-tragedies trilogia shakespeariana trash, che questa volta si confronta con Otello. La formula, come nei due precedenti capitoli che hanno affrontato Macbeth e Amleto, è quella di far reagire fra loro il linguaggio alto di Shakespeare con forme espressive molto più basse, i dialetti, il karaoke, il voyeurismo tipico di certa stampa scandalistica, le barzellette. Il tutto per inseguire la deriva del concetto di popolare. Cosa è popolare? Come si fa ad essere popolari? Soprattutto, si può essere popolari?
I personaggi sono ridotti a poveri relitti, svuotati di ogni consapevolezza, rifiutando essi stessi di voler sapere o conoscere i motivi per i quali si trovano ad agire su un palcoscenico. La storia è lasciata alle spalle, è data per scontata come è giusto che sia visto che si ripete da cinquecento anni. Si parla dunque verso un pubblico dal quale si pretende che conosca a priori l’argomento di discussione, se non lo conosce tanto peggio per lui, ha avuto secoli per informarsi. Parlare a chi conosce l’argomento, da modo di sottintendere la cronologia dei fatti, di tralasciare le cose meno importanti, di andare al nocciolo o magari divagare, perdersi nella discussione che diventa tramite per la creazione di un nuovo punto di vista.

 

Giovedì 24 settembre

Cimitero San Pietro in Vincoli
Via S. Pietro in Vincoli, 28 Torino

Orario
22:00

Biglietti
Intero € 10,00
Ridotto e residenti Circoscrizione 7, € 8,00

Yannis Ritsos ci conduce in una notte che dura molto,
in una stazione imprecisata, dove gli uomini attraversano i binari
e una donna con uno scialle giallo sulle spalle osserva e aspetta.

Estratto da La Porta di Yannis Ritsos

Molto durava la notte. Nessuno aveva notato
l’esistenza o la costruzione di una porta.
Fuori, sui muri, era il rosso; dentro, nelle case, il nero.
Quante indistinguibili sfumature in mezzo ai colori
principali.
E le sfumature colori – disse-. Devi dare la stessa
importanza
perché addolorati o arrabbiati gli uomini attraversano
i binari,
escono nei campi con le erbe selvatiche: il deviatore
guarda dallo stanzetto
i suoi due fanali spenti per terra sul cemento: molti
viaggi ha contato:
ne ha perso il conto: la sua barba è cresciuta: gli copre
le orecchie: non sente nulla:
barili, vetri, cappelli, frettolosi mazzi di fiori, grandi
corone,
il fischio tra i pali di ferro, casse piene di bottiglie,
vagoni pieni di sardine in salamoia, frigoriferi,
poltrone – la piccola passeggera
con uno scialle giallo sulle spalle osserva la distanza
la velocità la separazione l’incontro –
imprecisata fine sotto un ombrello o sotto la pensilina
e due gocce di pioggia sul suo orologio da polso:
– perché hai tardato –
disse: – aspettavo, aspettavo,
tutto ritarda, tutti ritardano, tutto arriva tardi: – ti
tengo la valigia,
non cercar nella tua borsetta: cosa stai misurando,
calcolando, preventivando,
nessuno ha mai contato giusto; il lampione illumina
due pozze di fango,
fin lì: non oltre: le farmacie chiudono: avevo un
soprabito verde
molto largo: in tasca tubetti di chinino, aspirine, una
pipa,
un fazzoletto giallo di nicotina, la vecchia agendina
con gli indirizzi degli uomini uccisi -.

 

Sostiamo al Nord, a tarda sera, in una piccola stazione tra le colline,
Gella prende il treno ogni giorno, dalla campagna alla città, andata e ritorno.
Oggi viaggiamo con lei in un Piemonte fuori dal tempo.

 

 Gente che non capisce –  Cesare Pavese (da Lavorare stanca)

Sotto gli alberi della stazione si accendono i lumi.
Gella sa che a quest’ora sua madre ritorna dai prati
col grembiale rigonfio. In attesa del treno,
Gella guarda tra il verde e sorride al pensiero
di fermarsi anche lei, tra i fanali, a raccogliere l’erba.

Gella sa che sua madre da giovane è stata in città
una volta: lei tutte le sere col buio ne parte
e sul treno ricorda vetrine specchianti
e persone che passano e non guardano in faccia.
La città di sua madre è un cortile rinchiuso
tra muraglie, e la gente s’affaccia ai balconi.
Gella torna ogni sera con gli occhi distratti
di colori e di voglie, e spaziando dal treno,
pensa, al ritmo monotono, netti profili di vie
tra le luci, e colline percorse di viali e di vita
e gaiezza di giovani, schietti nel passo e nel riso padrone.

Gella è stufa di andare e venire, e tornare la sera
e non vivere né tra le case né in mezzo alle vigne.
La città la vorrebbe su quelle colline,
luminosa, segreta e non muoversi più.
Così, è troppo diversa. Alla sera ritrova
i fratelli, che tornano scalzi da qualche fatica,
e la madre abbronzata, e si parla di terre
e lei siede in silenzio. Ma ancora ricorda
che, bambina, tornava anche lei col suo fascio dell’erba:
solamente, quelli erano giochi. E la madre che suda
a raccogliere l’erba, perché da trent’anni
l’ha raccolta ogni sera, potrebbe una volta
ben restarsene in casa. Nessuno la cerca.

Anche Gella vorrebbe restarsene, sola, nei prati,
ma raggiungere i più solitari, e magari nei boschi.
E aspettare la sera e sporcarsi nell’erba
e magari nel fango e mai più ritornare in città.
Non far nulla, perché non c’è nulla che serva a nessuno.
Come fanno le capre strappare soltanto le foglie più verdi
e impregnarsi i capelli, sudati e bruciati,
di rugiada notturna. Indurirsi le carni
e annerirle e strapparsi le vesti, così che in città
non la vogliano più. Gella è stufa di andare e venire
e sorride al pensiero di entrare in città
sfigurata e scomposta. Finché le colline e le vigne
non saranno scomparse, e potrà passeggiare
per i viali, dov’erano i prati, le sere, ridendo,
Gella avrà queste voglie, guardando dal treno.

In Francia, il diario di viaggio di una donna.
Una donna che viaggia da sola, mentre c’è la guerra.
Simone De Beauvoir fa sosta in stazione, prende un treno, riparte, ancora un altro treno, una sala d’aspetto e una nuova banchina dove aspettare.

Estratti da L’Età Forte di Simone De Beauvoir

Contavo di essere a Crécy in un’ora, ma i treni vanno come vogliono. Sono arrivata solo alle sette. Sono arrivata solo alle sette a Esbly dopo aver lungamente fantasticato affianco allo sportello: mi sento fuori dal mondo, e penso senza orrore di potermi annientare totalmente. Pure, mi ricordo chiaramente cos’era la felicità. A Esbly mi hanno detto che bisognava aspettare un’ora, mi hanno già scacciata da due caffè, e sto scrivendo questo nel terzo. Mi piace questa sosta, questa notte, e il rumore dei treni. Non è una sosta, è questa la realtà vera: essere senza casa, senza amici, senza scopo, senza orizzonte, un minuscolo dolore in mezzo a una notte tragica.
[…]
Saverne, ore nove, stazione immensa, nera e formicolante. C’è soltanto un buffet-sala d’aspetto dove non è permesso bere. Esco, e un aviatore mi si mette dietro; traversiamo una piazza tutta buia, e lui bussa al portone di un albergo, parlamenta con la padrona che sembra conoscere bene e che ci lascia entrare; in una triste sala da pranzo bevo una limonata davanti all’aviatore che fa lo scemo con la cameriera. Ma ci cacciano quasi subito. Il direttissimo non parte che a mezzanotte, e mi sento un po’ oppressa. La sala d’aspetto puzza di guerra; alcuni tavoli spinti gli uni contro gli altri sono coperti di miseri bagagli: materassi, coperte, fagotti da evacuatori; questi si ammucchiano sulle sedie, in mezzo a un fumo spesso, nel calore malsano di un radiatore a ossido di carbone. Resto in piedi, a leggere; poi esco. Nel passaggio sotterraneo sono ammassati degli zaini, e su di essi sono seduti dei soldati che mangiano; altri si riposano sui gradini della scalinata; la banchina è talmente affollata di soldati che non si riesce a fare un passo. Rimango in piedi, come uno stilista, e talmente assorta nei miei pensieri che l’ultima ora d’attesa trascorre senza che io me ne accorga. In quanto <<introvabile>>, come direbbe Sartre, questa guerra è dappertutto; questa banchina è la guerra.

A volte l’atrio di una stazione è come il foyer di un gran teatro.
Almeno così sembra quando è dicembre, in Emilia, dentro la stazione, in compagnia di Tondelli.

Un estratto da Postoristoro (in Altri Libertini) di Pier Vittorio Tondelli

Sono giorni ormai che piove e fa freddo e la burrasca ghiacciata costringe le notti ai tavoli del Posto Ristoro, luce sciatta e livida, neon ammuffiti, odore di ferrovia, polvere gialla rossiccia che si deposita lenta sui vetri, sugli sgabelli e nell’aria di svacco pubblico che respiriamo annoiati, maledetto inverno, davvero maledette notti alla stazione, chiacchiere e giochi di carte e il bicchiere colmo davanti, gli amici scoppiati pensano si scioglie così dicembre, basta una bottiglia sempre piena, finché dura il fumo.
Ora che già di pomeriggio il piazzale della stazione è blu azzurrino con i fari degli autobus che tagliano la nebbia e scaricano gli studenti s’arriva presto, verso le diciassette; ma quando il tempo è buono e il vento spazza i binari e razzola le carte sui marciapiedi e si vedono controluce le montagne, giù verso Sud, allora si va tardi, quando ormai solamente i militari di leva pestano i tacchi nell’atrio e qualche marchetta ubriaca, non più la calca chiassosa dei ragazzini e delle magliarine che si litigano i fotoromanzi con quelle dita già callose per i tanti sabati e domeniche e pomeriggi a far rammendi alla cucitaglia delle madri.
Ma nel grande atrio, stasera, il vocio scalpicciante è insistente come nel foyer di un granteatro.
Giusy arriva ogni giorno, puntuale come una maledizione saltellando sui tacchi e spidocchiandosi la lunga coda di capelli che alle volte nasconde nel cuffietto peruviano; distribuisce occhiate veloci intorno passando svelto in mezzo ai crocchi di studenti brufolosi che vengono dalla campagna alle scuole professionali qui in città e c’hanno le gambe curve e tozze e i fianchi larghi, ma anche culi rotondi e sodi e pare che i muscoli che si sfregano duri alle cosce debbano sprizzare via da quei blue-jeans intirizziti di nebbia, come nei pullman che la domenica dragano la provincia e rimorchiano verso le balere, ormai sospesi perché di notte, al ritorno, saltavano pure mutandine e reggiseni e in fondo sui sedili allungati si consumavano gare di chiavaggio e pompinaggio, anche fra maschi…
Giusy passa dritto e imbocca il corridoio che immette alla sala d’attesa e poi in fondo al Posto Ristoro. Dalla vetrata che accompagna il percorso guarda verso i binari, scorge i ragazzi che sui marciapiedi attendono di salire sulla littorina delle Reggiane, saltellando prima su un piede e poi sull’altro, quasi in seduta di footing e urtandosi e ridendo dietro le sciarpe arrotolate al viso. S’arresta per accendersi una sigaretta. Sbircia nella sala d’attesa, abitudine, non una volta sola c’ha rimorchiato su quelle panche, ne avrebbero da raccontare quelle mura screpolate, storie di sbronze maciullate e violenze e pestaggi e paranoie durate giorni interi senza mangiare senza pisciare, accartocciato nell’angolo, stretto nel giubbotto che pareva di vedere la gente volare dalla vetrata del corridoio e i treni sfrecciavano come fulmini squarciando il silenzio del trip e come s’allungavano i muri intorno e come stridevano le chiacchiere dell’assistente che era arrivata a prelevarlo, tu farai e tu vivrai e sei giovane e vincerai e conoscerai la via, chi lo poteva sopportare quel borbottio imbecille, fatti i cazzi tuoi.

Una sala d’aspetto. Una stazione deserta. Una notte fresca. L’America.
Tre individui: Miss Dent, un vecchio senza scarpe, una donna di mezza età molto truccata.
Uno scrittore che viaggiava spesso in treno: Raymond Carver. 

Si era seduta su una panca nella sala d’attesa deserta tenendo la borsetta sulle ginocchia. La biglietteria era chiusa; non c’era un’anima in giro. Perfino il parcheggio davanti alla stazione era vuoto. Aveva posato lo sguardo sul grande orologio alla parete. Voleva smettere di pensare a quell’uomo e a come si era comportato con lei dopo essersi preso quello che voleva. Ma si rendeva conto che si sarebbe ricordata per un pezzo del rumore che lui aveva fatto con il naso mentre s’inginocchiava. Lui fece un sospiro, chiuse gli occhi e si mise in ascolto, in attesa del rumore del treno.
La porta della sala d’aspetto si aprì. Miss Dent volse lo sguardo da quella parte e vide entrare due persone. Una era un vecchio dai capelli bianchi con un foulard di seta bianca al collo; l’altra, una donna di mezza età con gli occhi bistrati, rossetto e un vestito di maglina rosa. La sera era fresca, ma nessuno dei due indossava una giacca e il vecchio era senza scarpe. Si fermarono sulla soglia, apparentemente stupiti di trovare qualcuno nella sala d’attesa. Poi provarono a comportarsi come se la sua presenza non li avesse sconcertati. La donna disse qualcosa al vecchio, ma Miss Dent non riuscì ad afferrare cosa aveva detto. I due avanzarono dentro la sala. Miss Dent ebbe l’impressione che fossero agitati, che fossero venuti via in gran fretta da qualche posto e non riuscissero ancora a trovare il modo di parlarne. Può anche darsi, penso Miss Dent, che avessero bevuto un po’ troppo. La donna e il vecchio guardarono l’orologio, quasi si aspettassero gli dicesse qualcosa sulla loro situazione e su quello che dovevano fare adesso.
Anche Miss Dent rivolse lo sguardo all’orologio. Nella sala d’attesa non c’era nulla che annunciasse i treni in arrivo e in partenza. Ma lei era pronta ad aspettare ad oltranza. Sapeva bene che bastava aspettare prima o poi un treno sarebbe arrivato, lei ci sarebbe salita e l’avrebbe portata lontano da questo posto. […]

Estratto da R. Carver, Il Treno in Cattedrale, Minimum fax,  Roma, 2002, pp. 149-150

Fa caldo, molto caldo in stazione, oggi.
Un uomo e una donna aspettano un treno per Madrid.
Ernest Hemingway ci fa attendere al bar della stazione in compagnia di due sconosciuti.

Le colline che attraversano la valle dell’Ebro erano estese e bianche. Da questo lato non c’era ombra né alberi e la stazione sorgeva tra due linee di binari nel sole. Al lato della stazione c’era la calda ombra dell’edificio e una tenda fatta di file di grani di bambù pendeva attraverso la porta aperta del bar per non fare entrar le mosche. L’americano e la ragazza che era con lui sedettero a un tavolino all’ombra, fuori dell’edificio. Faceva molto caldo e l’espresso di Barcellona sarebbe arrivato dopo quaranta minuti. Si fermava a quella stazione per due minuti e proseguiva per Madrid.
«Cosa prendiamo?» domandò la ragazza. Si era tolto il cappello e l’aveva messo sul tavolo.
«Fa molto caldo» disse l’uomo.
«Prendiamo una birra».
«Dos cervezas» ordinò l’uomo attraverso la tenda.
«Grandi?» chiese una donna dalla soglia.
«Sì. Due grandi».
La donna portò due bicchieri di birra e due sottocoppe di panno. Pose le sottocoppe e i bicchieri di birra sul tavolino e guardò l’uomo e la ragazza. Questa stava guardando lontano, attraverso le colline. Erano bianche nel sole e la campagna era arsa e bruciata.
«Sembrano degli elefanti bianchi» ella disse.
«Non ne ho mai visti». L’uomo bevve la sua birra.
«No. Non avresti potuto».
«Sì che avrei potuto» disse l’uomo. «Il fatto che tu dica che non avrei potuto non significa niente».
La ragazza guardò la tenda di grani di bambù.
«Ci hanno scritto sopra qualcosa» disse «che vuol dire?»
«Anis del Toro. È una bibita».
«La proviamo?»
L’uomo gridò: «Senta, per favore» attraverso la tenda. La donna uscì dal bar.
«Quattro reales».
«Desideriamo due Anis del Toro».
«Con acqua?»
«Li vuoi con l’acqua?»
«Non so» rispose la ragazza. «Sono buoni con l’acqua?»
«Buonissimi».
«Allora, li volete con l’acqua?» chiese la donna.
«Sì, con l’acqua».
«Sa di liquirizia» disse la ragazza e posò il bicchiere.
«Tutto ha questo sapore».
«Sì» disse la ragazza «tutto sa di liquirizia. Specialmente tutto ciò che si è atteso tanto a lungo, come l’assenzio». […]

 

Estratto da Colline bianche come elefanti, in  E.Hemingway, I quarantanove racconti, Einaudi, Torino 1959.

Il signor Anghios è alla stazione di Milano, deve salutare la moglie, raggiungere la banchina, prendere il treno per Trieste. 

Quanto tempo ci vorrà?

Italo Svevo seziona la realtà con la sua solita ironia, pochi passi in stazione diventano un viaggio paradossale nel quotidiano.

 

STAZIONE DI MILANO

Con dolce violenza il signor Anghios si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che s’addensava all’ingresso della stazione.
Bisognava abbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno tempo di guardare il vicino neppure per riderne, ma il signor Anghios sentiva costituirsi nell’animo proprio il vicino che ride. Anzi lui stesso diveniva quel vicino.
Che strano! Doveva fingere una tristezza che non sentiva, quando era pieno di gioia e di speranza e non vedeva l’ora di essere lasciato solo a goderne. Perciò correva per sottrarsi più presto alle simulazioni. […]
Il signor Anghios aveva bisogno di vita e perciò viaggiava da solo. […]
Mancava quasi un quarto d’ora alla partenza e il signor Anghios rallentò il passo. Forse aveva dimostrata troppa fretta di staccarsi dalla moglie e gli doleva che’essa avrebbe potuto risentirsene perché, certo, essa meritava tutto, anche riguardi.
Un piccolo Fox Terrier venne esitante ad annusargli i piedi. “Sei già qui, vecchio amico?” pensò il vecchio. Certo non era il primo cane ch’egli vedesse a Milano, ma era il primo che gli si accostasse dacché era solo.[…] Grandi amici dei viaggiatori sono i cani. Persino in Inghilterra somigliano ai nostri e ci fanno ritrovare in essi un pezzo di patria. […] Il treno non è una cosa piccola, ma il signor Anghios nella vecchia stazione non trovava il suo. Doveva pur esserci nella stazione, in qualche posto, l’indicazione per trovarlo, ma il signor Anghios non la vedeva. Di solito sua moglie lo dirigeva. Il signor Anghios fiuto inutilmente a destra e sinistra. Vide un facchino che gli correva intorno. Era il fatto suo.
In viaggio bisogna conquistarsi degli amici, perché altrimenti si percorre questa terra ch’è la vera, la grande nostra patria, col cipiglio dello straniero. Ed il signor Anghios sfruttava le sue piccole mance da vero avaro e voleva con esse comperare non molta, ma un’amicizia duratura. […]
Bisognò scendere per uno scalone sotto terra e risalire, dopo aver percorso un corridoio, alla banchina sulla quale bisognava aspettare il treno non ancora giunto da Torino.
Il facchino domandò al signor Anghios se doveva aspettare con lui. Se non fosse stato necessario di parlare in meneghino il signor Anghios avrebbe trattenuto l’amico dell’ultima ora. Così invece lo congedò e restò nella solitudine allietata del suo ultimo sorriso di ringraziamento.
Molta gente aspettava alla banchina. Accanto ad una colonnata erano accatastati molti poveri bagagli, una sola valigia chiusa, due ceste legate, di cui una chiusa da un panno rosso e l’altra verde sbiadito. Una donna sedeva sulla valigia con un poppante in grembo e una fanciullina di dieci anni, ben difesa dal freddo da un vestitino consunto, dormiva su una cesta, la testa appoggiata sul fianco della madre.”Sloggiano?” pensò il signor Anghios. Vide poi avvicinarsi un contadino che, mentre correva, esaminava dei biglietti ferroviari certo allora acquistati. La giovine donna ebbe un respiro vedendolo. Doveva aver sofferto di essere rimasta sola a lungo. Quello non era un viaggio con tutta quella famiglia. Un’emigrazione, una fuga.
Poi il signor Anghios non guardo più la gente che lo circondava e s’incantò per qualche minuto a guardare il fumo che denso usciva dal camino di una locomotiva fuori della stazione. […]
Il treno entrò sbuffando in stazione. In quell’istante il signor Anghios sentì la voce della moglie che lo chiamava:”Giacomo!”

Italo Svevo, Corto Viaggio Sentimentale, Dell’Oglio Editore, 1968

Italo Calvino apre il romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”,  all’interno di una stazione qualsiasi di una qualsiasi città di provincia italiana. In un tempo sospeso un uomo si muove tra il bar della stazione e la cabina del telefono.

Chi aspetta? Ha perso un treno? Cosa ha nella valigia?

Ecco per voi un breve assaggio….

Il romanzo comincia in una stazione ferroviaria, sbuffa una locomotiva, uno sfiatare di stantuffo copre l’apertura del capitolo, una nuvola di fumo nasconde parte del primo capoverso. Nell’odore di stazione passa una ventata di odore di buffet della stazione. C’è qualcuno che sta guardando attraverso i vetri appannati, apre la porta a vetri del bar, tutto è nebbioso anche dentro, come visto da occhi di miope, oppure occhi irritati da granelli di carbone. […]

Le stazioni si somigliano tutte; poco importa se le luci non riescono a rischiarare più in la de loro alone sbavato, tanto questo è un ambiente che conosci a memoria, con l’odore di treno che resta anche dopo che tutti i treni sono partiti, l’odore speciale delle stazioni dopo che è passato l’ultimo treno. […] Io sono sbarcato in questa stazione per la prima volta in vita mia e già mi sembra d’averci passato una vita, entrando e uscendo da questo bar, passando dall’odore della pensilina all’odore di segatura bagnata dei gabinetti, tutto mescolato in un unico odore che è quello dell’attesa, l’odore delle cabine telefoniche quando non resta che recuperare i gettoni perché il numero chiamato non dà segni di vita.

Io sono l’uomo che va e viene tra il bar e la cabina telefonica. Ossia: quell’uomo si chiama “io” e non sai altro di lui, così come questa stazione si chiama soltanto “stazione” e al di fuori di essa non esiste altro che il segnale senza risposta d’un telefono che suona in una stanza buia d’una città lontana. […] Ho un bell’andare e venire, girare e dar volta: sono preso in trappola, in quella trappola atemporale che le stazioni tendono immancabilmente.

I.Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Mondadori, 2009 (prima ed. Einaudi 1979)

Dopo il primo inserto letterario, che ci ha proposto le parole in libertà dei futuristi, facciamo un salto dall’altra parte dell’oceano, arriviamo a New York e ci immergiamo nella scrittura di Paul Auster, nel libro Città di Vetro.
Quinn cerca d’individuare Stillman all’interno della Grand Central Station, un buon posto dove perdersi…

 

Si diresse verso la Grand Central Station con molto anticipo. L’arrivo del treno di Stillman non era previsto fino alle sei e quarantuno, ma Quinn voleva avere il tempo di studiare la topografia del luogo per assicurarsi che Stillman non potesse sfuggirli. Quando emerse dalla metropolitana ed entrò nel grande ingresso, vide sull’orologio a muro che erano appena passate le quattro. La stazione aveva già cominciato a riempirsi dela folla delle ore di punta. Aprendosi la strada nella calca, Quinn fece un giro nei binari numerati alla ricerca di scale nascoste, uscite non segnalate, recessi bui. Concluse che un uomo determinato a sparire avrebbe potuto farlo abbastanza facilmente. […]

Alle sei e mezza si appostò davanti all’uscita del binario ventiquattro. Il treno era puntuale, e dalla sua posizione al centro del passaggio Quinn giudicò di avere buone probabilità di vedere Stillman.[…] Il treno entro nella stazione e Quinn ne sentì il rumore in tutto il corpo: un frastuono intenso e incoerente che sembro sovrapporsi al battito del cuore, pompando il sangue in zampilli rochi. […]

Il treno era affollato, e quando i passeggeri cominciarono a sciamare in direzione della scala, subito si formò una ressa. Quinn si batté nervosamente la coscia destra con il taccuino rosso, si alzò in punta di piedi e scrutò nella calca. In breve ne fu inghiottito. C’erano uomini e donne, bambini e anziani, adolescenti e neonati, ricchi e povere, bianche e neri, bianchi e neri, orientali e arabi, uomini vestiti di marrone e grigio e blu e verde, donne in rosso e in bianco e in giallo e in rosa, bambini con le scarpe da tennis, o di pelle, o con gli stivaletti da cowboy, gente grassa e gente smilza, alti e bassi, e ciascuno diverso da tutti gli altri, ciascuno irriducibilmente se stesso. Quinn li osservò uno per uno, ancorato alla sua postazione, come se tutto il suo essere fosse stato relegato negli occhi. Ogni volta che vedeva avvicinarsi un vecchio, chiamava a raccolta le forze nel caso fosse Stillman. Arrivavano e passavano troppo veloci perché potesse indulgere alla delusione, ma in ogni volto di vecchio gli sembrava di scorgere un preannuncio di come sarebbe stato il vero Stillman, e le sue attese si modificavano rapidamente a ogni faccia nuova, come se quell’accumulare anziani preludesse all’arrivo imminente del suo uomo. Per un istante, Quinn pensò: “Dunque è questo il lavoro dell’investigatore”. Poi non penso a nient’altro. Guardava. Immobile nella folla in movimento, restava lì e guardava.

Paul Auster, Città di Vetro (all’interno di Trilogia di New York), Einaudi, Torino, 1996 (prima ediz. 1985)

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